“L’ipocrita è una cosa e ne sembra un’altra”. Finzione e smascheramento in tre romanzi di Giuseppe Pontiggia
Abstract
Il fatto è che un decennio separa un’opera dall’altra, il tempo necessario per scalfire la compattezza allusiva, lo spessore quasi impenetrabile dei significanti, per sciogliere la virtuosità stilistica nella leggerezza del dettato, nella sua trasparenza e scorrevolezza che però non significano banalizzazione, esemplificazione spasmodicamente voluta in vista di un numero cospicuo di copie da vendere. Di un anno prima (1967) del resto è una riflessione illuminante sulla lingua del narrare, allineata da Pontiggia nel volume Il giardino delle Esperidi, dove egli sostiene che «il compito più importante che spetta alla narrativa contemporanea» è «l’impiego di un linguaggio corrente per esprimere verità remote dai luoghi comuni»; per poi asserire, sul rapporto tra chiarezza e complessità: «Il discorso oscuro finisce per sottrarre all’esistenza proprio la sua oscurità, come il segno meno, moltiplicato per un altro meno, dà il più di una conferma. Solo il discorso chiaro può essere di una complessità inesauribile».
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ISSN. 2281-1532

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