“Le mosche d’oro” di Anna Banti. L’ambizione di un romanzo moderno
Abstract
Il 1963 può essere ricordato come un annus horribilis: a Palermo un gruppo eterogeneo di scrittori e intellettuali dà vita al Gruppo ’63, un movimento che propone una visione radicalmente “nuova” della letteratura e del ruolo del linguaggio, rompendo con le convenzioni del passato. Sempre nel 1963, Pier Paolo Pasolini alla cerimonia del Premio Strega1 si pronuncia pubblicamente sul romanzo Le mosche d’oro di Anna Banti2, pubblicato da Mondadori nella collana «Narratori italiani» diretta da Niccolò Gallo. Dalla lettera manoscritta di Niccolò Gallo a Vittorio Sereni (13 novembre 1961) si apprende quanto l’opera abbia generato un parere editoriale favorevole; nella missiva in questione si legge: «È un libro assolutamente inaspettato, tutto romanzesco, da pubblico. Quello che ha perso in intensità, l’ha guadagnato in estensione, in ingredienti romanzeschi di presa sicura. Sono rimasto perplesso. Ma ciò che importa è che potrebbe essere la sua “Ragazza di Bube”, lanciarla nel pubblico medio»3. Così è stato: Le mosche d’oro è il romanzo più venduto della produzione della Banti (ventidue mila copie vendute intorno al 1968), un successo non ricercato dall’autrice, ma sostenuto da saggisti e recensori. Si tratta di un’opera – salutata dalla critica come l’ultima del realismo femminile – narrativamente complessa e ambiziosa, che ha ricevuto l’attenzione di critici e saggisti di vaglia: aspetto, questo, ancora oggi poco indagato nello studio dell’opera in questione.
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ISSN. 2281-1532

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